In un mondo contadino che a noi oggi appare così lontano, in un territorio che imponeva ai suoi abitanti un lavoro duro e faticoso e in cui la vita era vincolata allo scorrere delle stagioni, spesso la religiosità era mescolata a credenze antiche e superstizioni in modo inscindibile.

Nella sua praticità, la cultura appenninica applicava queste credenze alla vita di tutti i giorni per tenere lontane le persone (e soprattutto i bambini) da luoghi potenzialmente pericolosi, per propiziare i raccolti da cui dipendeva il sostentamento delle famiglie, per curare piccoli malanni. Ad esempio i guaritori compivano le “segnature”, facendo il segno della croce sopra il punto ammalato e pronunciando scongiuri segreti; un’antica pratica contadina prevedeva di piantare nei campi piccole croci fatte di canne per proteggere le colture dalle intemperie e, per propiziare i raccolti e dare il benvenuto alla bella stagione, venivano accesi i fuochi bruciando le sterpaglie da cui si erano ripuliti i campi. Un personaggio ricorrente nell’immaginario collettivo e usata come spauracchio per i bambini disobbedienti era la “Borda”, spaventosa figura femminile che infestava zone umide e pozze lungo i fiumi e i torrenti e, soprattutto nelle giornate nebbiose e uggiose, uccideva chiunque incrociasse il suo cammino.

Non mancavano le superstizioni legate al cibo e soprattutto al pane, l’alimento base di ogni nucleo famigliare: con il segno della croce si segnava il pane crudo prima di infornarlo, e gli anziani insegnavano anche che non bisognava lasciarne cadere a terra nemmeno una briciola perché, dopo morto, ognuno sarebbe tornato con un cesto bucato per raccoglierle una per una. Ai bambini veniva poi inculcata l’abitudine di non capovolgere mai il pane quando lo si appoggiava sulla tavola, in segno di rispetto per un bene così prezioso.

Un’abitudine ricorrente durante i lunghi mesi invernali era “andare a veglia”, ovvero recarsi nei poderi vicini (che molto spesso poi vicini non erano affatto) camminando anche chilometri al buio e nella neve per trascorrere le lunghe serate in compagnia. In queste occasioni gli uomini si dedicavano a lavori manuali, come riparare e affilare gli attrezzi, mentre le donne cucivano, filavano e si raccontavano storie e racconti in cui apparivano fantasmi e, molto spesso, lo stesso diavolo. Nelle alte vallate del Bidente era radicatissima, nella zona di Campigna, Celle e Pian del Grado ma anche altrove, la credenza della presenza nel Fosso del Satanasso del demoniaco Mantellini. Si manifestava vestito di nero, con una capretta bianca ai suoi piedi, accompagnato dal tintinnare di una campanella. Non era insolito che chi rientrava a tarda notte da una veglia, suggestionato dai racconti, fosse convinto di aver sentito tintinnare la campanella di Mantellini nella buia foresta invernale. Nell’alta valle del Bidente di Ridracoli era altrettanto radicata la leggenda del fantasma del podere Farniole. Il fantasma dello sfortunato garzone ucciso e bruciato nel forno dopo essere stato sorpreso a bere il vino pregiato in cantina e gli scherzi beffardi e sinistri che giocava per vendicarsi del torto subito sono tuttora presenti nell’immaginario ridracolino.