Mercati e fiere ci danno delle informazioni sulle abitudini di chi viveva in questi luoghi; erano infatti eventi attesissimi da tutti gli abitanti, che ne approfittavano per incontrarsi, discutere e comprare o scambiare quei prodotti alimentari (ma non solo) che non potevano produrre da sé.

Le fiere, a differenza dei mercati, si tenevano una volta l’anno; di solito non proprio nel centro del paese, perché necessitavano di più spazio. Molte fiere raggiunsero notevole importanza, richiamando l’afflusso di persone provenienti anche da molto lontano e favorendo scambi commerciali e anche culturali.

Un esempio tipico è la fiera del “Birracchio”: il nome deriva dall’espressione dialettale con cui veniva definito il vitello di pochi mesi d’età. Si svolgeva a Ridracoli, una comunità in cui l’allevamento del bestiame costituiva la principale se non l’unica forma di reddito, il 27 ottobre di ogni anno a partire dal 1894 fino agli anni Cinquanta, interrompendosi solo quando l’esodo dalla montagna diventò ormai inarrestabile. La Fiera raggiunse il suo culmine negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, quando vedeva la presenza non solo di mercanti provenienti da tutta la Romagna, ma anche dalla Toscana e dalle Marche. La folla si riuniva presso la chiesa già dalle prime ore del mattino, con animali e mercanzie, per contrattare e concludere affari con una stretta di mano “tagliata”, ma anche per rivedere vecchi amici, fare quattro chiacchiere e bere insieme un bicchiere di vino. Bovini e altri animali tirati a lucido venivano sistemati in bella mostra, tra bancarelle con stoviglie, attrezzi di legno, dolci e giocattoli. Tra le comari con il paniere pieno di uova o formaggi, conigli e pollame poteva aggirarsi anche il venditore di pomate e unguenti miracolosi, ognuno cercando di vendere le proprie mercanzie.

La fiera era anche occasione di divertimento: suonatori per le vie, cantastorie nelle piazze; gli uomini riempivano le osterie, dove molti erano attratti dal vino, dal gioco della “morra” e delle carte. È questo il caso della secolare Fiera di Santa Sofia del Lunedì dell’Angelo, a cui accorrevano uomini, donne e bambini vestiti a festa da tutto il circondario. A volte camminavano 4 o 5 ore sulle mulattiere per poi arrivare, dopo l’opportuno cambio di scarpe, in paese. Le osterie erano piene di gente che faceva colazione a base di bracciatello o di panina per esorcizzare gli stenti del resto dell’anno, e le botti si svuotavano mentre tra la folla avanzava, accompagnato dal suono della fisarmonica, il cantastorie.

I mercati svolsero una funzione di collegamento tra le zone di produzione e quelle di commercializzazione e consumo, ma erano anche un momento per rompere la monotonia della quotidianità e un’occasione di ritrovarsi. Si tenevano, ieri come oggi, nei centri abitati più grandi, di solito una volta a settimana; questo per consentire ai mercanti di rifornirsi dei prodotti agricoli presi dalle campagne limitrofe, dove la manodopera contadina necessitava anche di tempo per produrre e raccogliere quanto seminato. A Santa Sofia il giovedì Santo, in occasione del mercato settimanale, ma anche negli altri paesi di fondovalle, i contadini erano soliti portare al mercato i buoi più belli e possenti, addobbati a festa con paramenti decorati: era la sfilata del “Bue di Pasqua”. Ancora oggi, in alto Savio, si suole dileggiare chi si è agghindato in maniera eccessiva e troppo vistosa dicendo che “sembra il bue di Pasqua!”.