Nell’alto Appennino Romagnolo i lavori agricoli, che costituivano la base della modesta economia locale, erano principalmente stagionali: durante l’inverno subivano un rallentamento e i contadini si trasformavano in artigiani. L’economia di sussistenza che caratterizzava i territori dell’attuale Parco Nazionale faceva sì che l’autosufficienza dei poderi fosse quasi completa. Solo per pochi lavori ci si rivolgeva a gente del mestiere, come il ciabattino o il fabbro, mentre la maggior parte degli attrezzi e degli utensili venivano autoprodotti e successivamente riparati per protrarne il più a lungo possibile l’utilizzo, sfruttando i periodi in cui i lavori agricoli erano meno intensi.

Venivano costruiti panieri utilizzando vimini (rami di salice), giunchi, legni flessibili come, ad esempio, il nocciolo o addirittura le ginestre. Venivano intrecciati i fondi, cesti bassi dalla forma circolare utilizzati per mettere il granturco al sole o, nei dintorni di Santa Sofia, dove era presente la filanda, anche per l’allevamento dei bachi da seta. Per realizzare i fondi o altri tipi di ceste (come le “brulle”) veniva raccolta la paglia più lunga prima di trebbiare e poi, d’inverno, gli steli venivano bagnati e attorcigliati seguendo una base a spirale. Con le foglie del granturco venivano realizzate corde o cesti. Venivano inoltre rivestite e impagliate le sedie: a questo scopo si usava la “pavéra” (nome che indica piante palustri come carici, tife e giunchi).

Il legno conosceva moltissimi utilizzi. Venivano realizzati zoccoli partendo da un ciocco di legno che veniva prima spaccato a metà e poi lavorato con un’accetta più piccola, con la quale veniva sagomata la pianta del piede, a cui era poi inchiodato il cuoio consumato della scarpa. Il fondo era fatto in suola o in gomma, e a questo venivano applicate delle brocche, chiodi alti al massimo 0.5 cm con la duplice funzione di antiscivolo e di fare consumare meno lo zoccolo. Con il legno di acero levigato e lavorato venivano fatti i manici degli attrezzi. Nella vallata di Pietrapazza, nei periodi invernali, venivano fatte le “palettine”: realizzate usando il faggio, più piccole di quella da farina e con un foro per permettere il passaggio dell’acqua, probabilmente erano destinate a Cervia e alla produzione del sale. Le palettine, una volta realizzate, venivano messe una settimana a seccare e poi imballate e portate a Badia Prataglia, dove venivano ritirate. Se una palettina era di buona qualità veniva pagata 10, 15 o 20 lire.

La lana, dopo che le pecore erano state tosate tra maggio e giugno con l’aiuto dei vicini, era largamente utilizzata. La lana in eccesso veniva venduta, mentre quella migliore veniva tenuta e filata con fuso e tinta nel caldaio. Si utilizzava anche il lino: veniva raccolto e fatto macerare nel fiume per almeno 7-8 giorni, poi era fatto seccare e successivamente veniva ammaccato e pettinato con pettini via via più fini in modo da ricavare una stoppa che si potesse filare. Le massaie, infine, con rocca e fuso, utilizzando la saliva, filavano la stoppa che poi, organizzata in matasse, veniva messa nel bucato e lavata con acqua bollente più volte. Con il filato ottenuto dal lino si ricavavano tele realizzate al telaio con cui fare lenzuoli e coperte. Le donne, durante le veglie, tra una chiacchiera e l’altra, non stavano mai senza lavoro con le mani in mano: venivano filate la stoppa e la lana per realizzare maglie, calze e altri indumenti.

Tra i cicli produttivi tipicamente femminili vi era anche la lavorazione e la filatura della canapa, che poi le donne impiegavano nel lavoro al telaio creando soprattutto lenzuoli, noti per la loro ruvidezza.

I semi della canapa venivano piantati ad aprile e, una volta che le piante erano maturate, queste venivano tagliate alla base e messe ad essiccare al sole. Successivamente venivano fatte macerare nell’acqua, generalmente nelle pozze naturali dei fiumi, dove venivano lasciate per quindici giorni, per poi essere messe ad asciugare al sole. Questo procedimento serviva per far staccare la buccia, lasciando il cuore più tenero della pianta che quindi veniva tagliato in più parti e “pettinato” in modo da ricavare tre diversi prodotti: la stoppa, la canapa, e il refe: gli ultimi due potevano essere filati durante l’inverno.

Le operazioni precedenti la filatura, della canapa come della lana, erano molto complesse: una volta tolte, ad esempio, tutte le parti legnose dalla canapa, questa doveva essere “cardata”. Il termine, che deriva proprio dall’utilizzo in tempi remoti della pianta del cardo, stava ad indicare il processo di separazione delle fibre sottili da quelle più grosse, disposte in modo parallelo in modo da poter ricavare delle matasse. Si procedeva dunque alla filatura vera e propria utilizzando il fuso e la rocca. Formato il gomitolo, la canapa veniva messa in dei cocci contenenti cenere per sbiancare le fibre, l’acqua calda versata trasformava la cenere in liscivia che, scolata attraverso appositi fori, veniva nuovamente versata nel contenitore fino a raggiungere il grado di sbiancatura desiderato: si trattava dello stesso procedimento che si utilizzava per il bucato, seguito dal risciacquo in fiume o nei lavatoi.

Una volta pronti i gomitoli si procedeva alle operazioni di tessitura; le tessitrici erano gelose dei disegni da loro elaborati, perciò ogni coperta o tovaglia era, di fatto, un pezzo unico. Ad oggi, quindi, questi prodotti rappresentano delle testimonianze di inestimabile valore.