Fino al primo decennio del 1900 non si hanno notizie di scuole dislocate fuori dai principali centri abitati, l’unico punto di riferimento culturale per molte località rurali era costituito dal monastero di Camaldoli e dalla comunità monastica, a cui spesso la popolazione si rivolgeva. È solo dopo la seconda guerra mondiale che le scuole elementari raggiunsero anche le località più sperdute dell’Appennino, spesso sotto forma di pluriclassi che sorgevano per iniziativa privata ed erano mantenute parzialmente con il sussidio delle Stato (ne è un esempio la scuola alla Lama, sovvenzionata dalle Guardie forestali che abitavano lì con le loro famiglie). Molte scuole rurali vennero costruite dai Comuni per aggregare i bambini provenienti dai numerosi nuclei familiari sparsi nel territorio, collegati tra loro da mulattiere o sentieri, ma altrettante erano le scuole “ospitate” da canoniche, locali privati sopra le stalle e utilizzati, nel periodo extrascolastico, a uso magazzino per merci o attrezzi. Questa realtà proseguì fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando le piccole scuole costruite negli anni Cinquanta furono abbandonate a causa dello spopolamento, pochi anni dopo l’inizio del loro utilizzo.
Non erano poche le difficoltà che i bambini affrontavano per adempiere i loro obblighi scolastici, e di conseguenza la frequentazione non era assidua. I contadini mandavano i loro figli a scuola solo per essere in regola ai controlli delle autorità, pensando che andare a scuola servisse ben poco per la loro vita e il loro mestiere. I bambini avevano la necessità di aiutare la famiglia nel lavoro quotidiano nei campi, e spesso prima di andare a scuola dovevano accudire gli animali, arrivando già stanchi alle lezioni. Molti scolari provenivano da casolari sparsi e dovevano percorrere almeno un’ora di cammino prima di arrivare a scuola, affrontando anche qualche pericolo. I bambini del podere Ripiano di Pietrapazza, per risparmiare un po’ di strada, utilizzavano una scorciatoia, tranne nei giorni di pioggia in cui il fosso in piena poteva essere pericoloso e la madre Giacinta si raccomandava di percorrere la mulattiera tradizionale, anche se più lunga. In un pomeriggio di pioggia e nebbia, Graziella, la figlia di sei anni, di rientro da scuola si perse finché non incontrò un contadino che la indirizzò di nuovo verso casa. Si può immaginare la preoccupazione dei genitori sul far della sera, non vedendo arrivare la bimba: “Madonina, che paura: ed notta una bordella pcina per chil macchi… ” (Madonnina, che paura: di notte una bambina piccola per quei boschi …” – tratto da “La gente di Pietrapazza, Claudio Bignami., Alessio Boattini, Monti editore, 2017.
Quando pioveva, infatti, i sentieri diventavano impraticabili, e inoltre la neve obbligava intere famiglie a rimanere per giorni chiuse nelle loro case. A Casanova dell’Alpe, nel gennaio del 1950, il maestro Maltoni Mario dovette sospendere le lezioni per tredici giorni, in quanto i sentieri erano bloccati dalle abbondanti nevicate e, una volta riaperti, il programma subì un ulteriore rallentamento per il freddo intenso.
La vita dei maestri, come quella dei loro alunni, era piena di difficoltà. Nelle località più lontane e isolate era d’obbligo la residenza, e non tutti riuscivano ad abituarsi a vivere per mesi in un ambiente povero, isolato, senza luce né acqua in casa, mentre i pochi maestri in grado di andare e tornare da scuola in giornata dovevano affrontare lunghi tragitti a piedi tra neve, pioggia e fango. Un racconto tramandato oralmente ricorda la fuga della maestra arrivata a Seghettina pochi giorni prima, dopo un interminabile viaggio a dorso di mulo, rinunciando così ad incarico e stipendio. Giunti in sede, poi, i problemi da affrontare erano numerosi: dall’avvisare, a volte di casa in casa, la popolazione dell’inizio dell’anno scolastico, a riadattare e ripulire il locale adibito a scuola, al trovare un alloggio adeguato.

