L’economia locale nel territorio del Parco, fino al secondo dopoguerra, era basata principalmente su una modesta agricoltura di sussistenza, in una terra che dava pochi frutti e imponeva ai suoi abitanti un lavoro duro e faticoso. L’organizzazione agricola era basata sul podere, condotto in proprietà o in mezzadria da una famiglia numerosa che ne doveva ricavare tutto ciò che era necessario ai propri consumi. L’abitazione sorgeva solitamente in posizione centrale rispetto ai campi coltivati, e il podere poteva comprendere prati e pascoli, castagneti da frutto e bosco ceduo. L’obiettivo delle popolazioni era l’autosufficienza alimentare (cosa tutt’altro che scontata); la quantità di prodotti da vendere era, di conseguenza, molto esigua e la circolazione del denaro scarsa. I collegamenti fra i vari poderi appenninici non erano agevoli e brevi; l’isolamento veniva contrastato, ad esempio, prestandosi “opera” a vicenda nei periodi di massima intensità lavorativa, come durante la fienagione e la mietitura.

Questo sistema di fare agricoltura comparve sul finire del Medioevo, quando iniziarono a diffondersi case sparse e i primi piccoli centri abitati: risalgono ad esempio alla prima metà del Cinquecento poderi nel territorio del Parco Nazionale come la Bertesca, l’Eremo Nuovo, la Siepe dell’Orso, Romiceto, le Farniole. Da allora le tecniche colturali sono rimaste pressoché immutate fino all’inizio del secolo scorso, quando l’Appennino romagnolo era ancora fortemente abitato.

La lavorazione dei terreni era prevalentemente manuale, poco era il bestiame impiegato per l’aratura e per il trasporto: i bovini davano un contributo importante al lavoro, ma dovevano essere alimentati, rendendo necessarie aree coltivate sempre più ampie. Venivano coltivati cereali, come il grano e il mais, i legumi ed anche la patata. Anche il castagneto veniva impiantato e diffuso nei terreni più freschi e profondi. Oltre gli ottocento metri le coltivazioni cedevano poi il passo al governo del bosco, alla produzione del carbone e all’allevamento del bestiame.

Immancabile, nei pressi della casa, era l’orto, indispensabile per garantire verdura di stagione per il consumo familiare.

La gente dell’Appennino conduceva una vita dura e piena di difficoltà: bastava un andamento stagionale sfavorevole a determinare situazioni di crisi e infatti, nella popolazione anziana rimasta fedele alle proprie montagne, sono sopravvissute fino ad anni recenti le memorie e l’ancestrale paura degli anni della fame.

Non stupisce quindi che alla fine dell’ultimo conflitto mondiale si sia verificato un esodo senza precedenti che ha fatto sì che, dal 1950 al 1970, l’Appennino si spopolasse quasi completamente. Oggigiorno numerosi ruderi di vecchi poderi ricordano a chi cammina nei sentieri del Parco Nazionale l’operosità e la vita piena di difficoltà dei popoli della montagna.